Questa è una puntata speciale del nostro nuovo formato online di Roberto Saviano, Outsider, realizzato da AGTW e di cui curo la regia. Raramente un incontro è stato così carico di storia, significato e riscatto come quello che abbiamo avuto il piacere di riprendere: il ritorno, a distanza di quasi vent’anni, di un duo che ha ridefinito il rap italiano e napoletano, i Co’ Sang.
Questa non è stata una semplice intervista; è stata una discussione fondamentale sulla lingua, l’autenticità e la lotta per la narrazione.
La Lingua dell’Autenticità: Vent’anni Dopo Piazza Bellini
Roberto Saviano ricorda perfettamente il giorno di vent’anni fa, a Piazza Bellini, quando incontrò Luca (Luca Imprudente, nome d’arte Luchè) e Antò (Antonio Riccardi, nome d’arte Ntò), artisti la cui musica aveva cambiato tutto per lui. Saviano ha confessato di aver scritto Gomorra ascoltando la loro musica e di essersi ritrovato nelle loro strofe.
La loro intervista di allora è ricordata come un episodio unico, qualcosa che oggi non potrebbe mai più succedere, data la sua semplicità e la mancanza di clamore. Per i Co’ Sang, quell’intervista fu fondamentale, li lanciò nel mainstream e diede il via ad altre opportunità.
Il loro impatto maggiore fu linguistico e narrativo. Con pezzi come “Poesia cruda” e “Ind’o rione”, i Co’ Sang iniziarono a raccontare la realtà con un’autenticità insolita anche per l’hip hop italiano di quegli anni. Il napoletano, attraverso di loro, divenne la lingua dell’autenticità. I rapper italiani e francesi riconoscevano nel napoletano non solo uno slang o un dialetto, ma una verità che, se detta in italiano, perdeva la sua misura del vero.
Secondo i Co’ Sang, il napoletano si presta particolarmente al rap, essendo simile al francese per le parole tronche anziché piane, risultando più musicale. Sebbene in passato fosse percepito come un limite o un ostacolo dall’industria, oggi è visto come la lingua delle periferie d’Italia per esprimere concetti “più fighi”.
Dalla Periferia al Ghetto Americano: Le Origini e le Storie Vere
I Co’ Sang sono nati da un’esigenza profonda. Nonostante provenissero da famiglie che avevano garantito loro istruzione, la loro passione era per il rap degli Stati Uniti, anch’esso molto autentico. Hanno trovato similitudini incredibili tra ciò che vivevano e vedevano per strada a Napoli, nei palazzi e negli edifici, e le narrazioni sincere del rap americano.
La loro musica, sebbene influenzata dal gangsta rap americano, era diversa: prendeva solo la parte “vera, umile, però fiera”, non corredata dall’atteggiamento spaccone dei rapper americani che erano già milionari. I Co’ Sang si sentivano un po’ fra due fuochi. Erano frustrati sia dall’emarginazione della periferia (per esempio, la difficoltà di accesso al centro prima dell’apertura della metropolitana), sia dalla sofferenza generale della loro realtà.
Un brano che incarna perfettamente questa narrazione è “Povere mmano”. Nato dal dolore della perdita, è un racconto sulle morti innocenti in un contesto in cui, spesso, chiunque muoia viene sommato alla “monnezza” e considerato colpevole. Il brano è un atto di sottrazione e denuncia, elencando i nomi degli innocenti morti, come Attilio Romanò o Dario Scherillo (che per anni fu considerato un criminale pur essendo innocente). Il titolo, “Polvere alla polvere,” riflette la loro visione della finitezza e dell’origine, usando la polvere come metafora di qualcosa di tangibile ma leggerissimo e facile da perdere con un soffio.
“Ind’o rione” e la Rottura con il Sociale
Il video di “Ind’o rione” divenne subito un “cult” ai loro inizi, quando strumenti come YouTube erano ancora nelle fasi primordiali. Raccontava quel territorio -Scampia- in cui imperversava la faida, dando una chiave diversa per narrare quella realtà. La base nacque a Londra, con un beat che aveva una magia tale da poter raccontare l’orrore in modo melodico.
Il video stesso era la loro adolescenza, girato con amici, anche se l’insolito atto di girare lì portò persino l’intervento della polizia.
I Co’ Sang sentivano l’esigenza di rompere con la scena precedente. Fino a quel momento, l’hip hop era stato molto politicizzato, orientato verso il modello del “centro sociale”. Loro, invece, volevano rappresentare la cultura hip hop al 100%, non amando “l’italianizzazione” politica di questa cultura di origine nera.
La Battaglia Contro il Perbenismo e l’Industria
I Co’ Sang hanno affrontato grandi difficoltà con l’industria discografica. Le Major insistevano affinché cantassero in italiano, ma loro sono sempre rimasti ancorati allo slang napoletano. Il loro percorso fu difficile; si sentivano emarginati e non sostenuti dalla discografia, nonostante l’enorme potenziale. Tra il primo e il secondo disco passarono quattro anni, anche perché mancava una “macchina economica” che supportasse il loro futuro.
Il loro racconto della realtà violenta si scontrò con il “perbenismo” italiano. L’Italia, secondo loro, è piena di “infrastrutture mentali” e paura verso tutto ciò che è nuovo o “delicato” (nel senso di argomento difficile da affrontare).
Questo perbenismo genera l’accusa classica rivolta all’hip hop: quella di manipolare i ragazzi, spingendoli a credere nelle armi o nella droga. I Co’ Sang però respingono queste accuse. Il loro obiettivo era narrare l’umanità e il dolore senza giudicare, poiché si consideravano parte dello stesso contesto che raccontavano. Affermano che quando vedi da vicino i drammi umani, non li giustifichi, ma è difficile non esserne toccato.
Ntò e Luché non hanno mai visto la loro musica come un atto di denuncia, quanto come un atto di narrazione di ciò che vedevano e sentivano.
Un’altra forma di resistenza che hanno riscontrato è l’accusa di “utilizzare il dolore per guadagnarci”. A coloro che chiedono cosa hanno fatto per le Vele, rispondono che il loro ruolo è mettere in arte il dolore e provocare emozioni, non cambiare la realtà fisica. L’artista non può essere ritenuto responsabile delle azioni di chi ascolta: nessuno spara solo perché ha visto un film.
