Ecco la nuova puntata di OUTSIDER, il forma di Roberto Saviano realizzato da AGTW e di cui io curo la regia.

La vicenda nota come “i mostri di Ponticelli” è uno degli episodi più efferati della storia della Repubblica Italiana. Era il 2 luglio del 1983, quando Barbara Sellini, di 7 anni, e Nunzia Munizzi, di 10 anni, furono adescate, portate alla periferia del quartiere Ponticelli di Napoli, stuprate, accoltellate decine di volte, seviziate e bruciate.

La nazione intera fu scossa, e l’ansia per la ricerca dei colpevoli si diffuse rapidamente. Tutti pretendevano giustizia e volevano identificare il “mostro” che aveva compiuto un tale orrore su due bambine.

Tuttavia, in un clamoroso scandalo giudiziario tornato alla ribalta mediatica, tre giovani innocenti – Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo – furono arrestati e condannati all’ergastolo. Furono definiti i “mostri di Ponticelli”. Hanno patito 27 anni di carcere da innocenti.

Questa storia, che sembrava archiviata, è tornata all’attenzione grazie al lavoro di giornalisti investigativi. Giulio Golia e Francesca De Stefano, con il programma Le Iene, hanno svolto un lavoro eccezionale per far emergere le contraddizioni del caso, scrivendo anche il libro Mostri di Ponticelli o vittime di errore giudiziario. Hanno contribuito anche la giornalista Giuliana Covella con Il mostro agli occhi azzurri e la criminologa Luisa Daniello, che ha accompagnato i tre uomini nel loro percorso di verità.

L’intervista rilasciata da Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo ha permesso di svelare le orribili violenze subite fin dal primo giorno di arresto.

I ragazzi, ancora molto giovani (Giuseppe aveva poco più di 18 anni), furono convocati in caserma, inizialmente come semplici testimoni, per poi ritrovarsi catapultati in un incubo.

Ciro Imperante è stato picchiato in caserma con calci allo stomaco, così da non lasciare segni evidenti, ma nonostante ciò fu massacrato di botte. Una volta entrato in carcere, la polizia penitenziaria continuò a picchiarlo con pugni e schiaffi. La sera era particolarmente tremenda: veniva portato in ufficio dove 5 o 7 guardie lo interrogavano, picchiandolo se insisteva sulla sua innocenza. Non potrà mai dimenticare quando i carabinieri, per giustificare i lividi sul suo corpo, scrissero che era caduto dalle scale.

Giuseppe La Rocca fu arrestato per reticenza (non aver parlato). Veniva pestato tutti i giorni, mattina, mezzogiorno, sera e notte. Veniva costretto a bere acqua e sale, legato a una sedia girevole con le mani dietro e frustato con un frustino di gomma, che, combinato con l’acqua salata, aumentava il dolore.

Luigi Schiavo fu convocato più volte in relazione a un’auto Fiat 500 blu. Una terza bambina, che doveva partecipare all’incontro ma fu salvata dalla nonna, conosceva la persona che doveva incontrare e aveva fornito una descrizione dettagliata di un certo “Luigi” che possedeva la Fiat 500 blu. Nonostante la bambina non riconobbe Luigi Schiavo in un confronto, lui fu comunque accusato. Al momento dell’arresto di Luigi, gli fu puntata una pistola in bocca, spinta con tanta forza da tagliargli il labbro.

Anche il fratello di Giuseppe, Salvatore La Rocca, fu vittima di questa ingiustizia. Salvatore, descritto come psicologicamente debole, fu torturato, spinto a testa in giù vicino a un pozzo nella caserma fino a quando non firmò un verbale falso. Uscì dopo sei mesi, accusato di occultamento di cadavere, e ritrattò subito la sua deposizione, ma la sua testimonianza non servì a nulla. Salvatore subì anche un danno fisico permanente: gli fu infilata una penna nell’orecchio, bucandogli un timpano, e ancora oggi soffre di dolori atroci.

La Doppia Strategia della Camorra

Nell’intervista con Roberto Saviano emerge chiaramente il ruolo inquietante e cruciale della Camorra in questa vicenda, in particolare di un boss cutoliano della Nuova Camorra Organizzata che in quel momento comandava a Ponticelli.

La Camorra aveva un interesse immediato a chiudere il caso, temendo che il vero assassino fosse affiliato o legato a loro (in particolare un parente del boss). Se il clan fosse stato travolto dalla vicenda, ciò avrebbe portato a faide, arresti e tradimenti interni. Per allontanare questa potenziale onta, la Camorra orientò le indagini verso i tre giovani.

Il boss diede i nomi alla Procura e ai Carabinieri, che erano ansiosi di chiudere il caso e placare l’opinione pubblica che chiedeva un colpevole. L’obbiettivo non era trovare il responsabile, ma trovare un volto da dare al “mostro”.

Ciò che cambiò la situazione da semplice testimonianza a indagine fu proprio la presenza del boss in caserma. Pur essendo un camorrista riconosciuto, si muoveva liberamente, parlando con i carabinieri e con gli accusati. Giuseppe La Rocca racconta che fu proprio il boss stesso ad aggredirlo e picchiarlo, rompendogli i denti, per convincerlo a confessare.

Protezione in Carcere

Paradossalmente, la stessa Camorra che aveva indirizzato le indagini contro i ragazzi, li protesse una volta in carcere. Nella cultura carceraria, chi stupra e uccide bambini viene ammazzato o messo in isolamento. Invece, i tre furono risparmiati.

Don Raffaele Cutolo stesso inviò un messaggio tramite un suo braccio destro, rassicurando i ragazzi che sarebbero stati al sicuro perché la Camorra sapeva che erano innocenti. Questa mossa strategica mirava al consenso pubblico nel quartiere. Farli ammazzare avrebbe significato ammettere che la Camorra uccideva persone innocenti. Salvandoli, la Camorra si presentava come “uomini d’onore” che difendevano i fatti, a differenza dello Stato che li aveva ingiustamente imprigionati.

Gli Anni Perduti e l’Appello per la Giustizia

Durante i 27 anni di detenzione, i tre si sono dati forza l’uno con l’altro, con la fede e cucinando per gli altri detenuti. La cosa più difficile fu la perdita della giovinezza e il dolore inflitto alle loro famiglie, che hanno sofferto come se fossero in carcere.

Nonostante le torture subite, la forza per andare avanti è sempre derivata dalla consapevolezza della loro innocenza.

Attualmente, per un giorno di ingiusta detenzione è previsto un risarcimento di circa 200-250 euro, il che darebbe diritto a circa 2 milioni di euro a testa. Tuttavia, per i tre uomini, nessun risarcimento monetario (neanche un miliardo) è sufficiente a ripagare gli anni rubati.

La loro richiesta non è economica, ma morale e giudiziaria: l’unica cosa che vogliono è che venga fuori ufficialmente la loro innocenza e che sia riconosciuto il “gravissimo errore giudiziario” che hanno subito. Vogliono che i giudici valutino onestamente le carte processuali, poiché furono condannati all’ergastolo senza prove concrete.